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De Rossi lascia la Roma: amarezza in tutte le lingue del mondo!

“Bitterness, amertume, rencor, amargura, bitterkeit, amargor, bitterheid”… scegliete voi l’idioma ma il sentimento che accompagna da giorni i tifosi della Roma e tanti appassionati del calcio a livello mondiale resta lo stesso: l’amarezza per l’abbandono della Roma di De Rossi.

La decisione di non rinnovare il contratto a Daniele De Rossi ai più (noi compresi) è parsa inspiegabile, immotivata ed improntata ad un quanto mai insano masochismo. Molte delle migliori penne del panorama giornalistico nazionale hanno speso fiumi d’inchiostro per analizzare motivi e conseguenze di questa scelta, e tifosi di tutto il mondo hanno dimostrato il loro amore e l’attaccamento a DDR con murales e striscioni (ne sono stati esposti in Gran Bretagna, Francia, Spagna, Grecia, USA, Australia slo per citarne alcuni).

Persino la curva Juventina ha esposto uno striscione (“Prima uomo e poi giocatore”) per onorare lo storico “nemico” sportivo, dimostrando che i lunghissimi anni di fedeltà alla maglia (ben 18 in prima squadra, oltre 25 in totale) e le prestazioni sportive di livello non sono passate inosservate ad alcuna latitudine.

De Rossi ha avuto il privilegio di condividere parte della sua lunga carriera con Francesco, e con lui di calcare i campi di mezzo mondo. Se Francesco veniva spesso fischiato, in quanto capace di instillare nei tifosi avversari la paura sportiva, per Daniele il sentimento dominante è sempre stato il rispetto.

Daniele – mi permetto di chiamarlo per nome pur non essendone amico nè conoscente, ne sono solo concittadino quindi mi arrogo il diritto di sentirlo un pò “mio” – negli anni ha saputo ingenerare nei tifosi sentimenti contrastanti, ma tutti ne hanno riconosciuto la capacità tecnica e la forza di metterci la faccia, in campo e fuori.

Un ragazzo sincero ed onesto, a cui non sono state risparmiate infamie verbali, ma uno dei pochi calciatori secondo me capaci di smentire la famosa frase di Vujadin Boskov: “testa di calciatore buona per portare cappello”.

Proprio questa sua capacità di non essere banale nelle dichiarazioni e di mostrare rispetto agli avversari gli ha attirato gli strali di chi avrebbe voluto avere in Daniele un mero megafono per le proprie idee.

D’altro canto in carriera qualche inciampo sportivo lo ha avuto, per esempio la gomitata a Mc Bride ai Mondiali del 2006 (riscattata dallo splendido rigore tirato contro la Francia in Finale), la manata a Lapadula e l’espulsione contro il Porto di qualche anno fa per citare le più eclatanti. Ma chi non ha peccato scagli la prima pietra… In queste occasioni i suoi detrattori non hanno comunque perso l’occasione per fargliela pagare su giornali, social media, radio e nei bar.

Condivido con voi la mie riflessioni sui motivi della scelta societaria di troncare la carriera di Daniele con la Roma, parole frutto di approfondita riflessione. La proprietà USA, guidata da James Pallotta, ha come “core business” gli investimenti, i fondi speculativi in particolare.

Il nome stesso della holding (Raptor Group) evoca immagini di ferocia: non dovrebbero quindi sorprendere la velocità e la spietatezza tipiche di un dinosauro carnivoro che hanno caratterizzato la scelta di far fuori Daniele. “Business is business”, specie nel settore di cui si occupa Mr. Pallotta. Chi fa finanza non guarda al passato, in quanto esso non è un valore monetizzabile, e non gli interessa che i suoi “clienti” (in questo caso i tifosi della Roma) guardino e si identifichino con esso. I finanzieri vendono un “prodotto“ che deve sembrare bello oggi, proponendolo come stupendo per domani.

Devono garantire il successo futuro, ed al domani secondo loro si può guardare – sportivamente parlando – solo proponendo giovinezza e belle speranze. In questo contesto un veterano come Daniele proprio non ha posto.

Il feroce Raptor di Boston però non ha colto alcuni aspetti specifici del contesto Romano e Romanista. D’altronde sciocchi noi ad aspettarcelo da una persona cui la Roma non interessa, e che se ne sta dall’altra parte dell’oceano, avendo come principale filtro un forbito signore Toscano dalla fluente chioma cinerina, il foulard di pashmina ed i modi affettati (quanto di più lontano possa esserci da un Romano e Romanista!) e che vive tra Londra ed il Sudafrica.

Il calcio e la sua gestione – specialmente a Roma – non possono essere assimilati a vendere un fondo, nè a gestire una squadra di basket NBA (che risponde a logiche totalmente differenti: drafting, salary cap ecc.). Una squadra di calcio è affare di cuore, è affetto ed affezione, ricordi… e lo è a maggior ragione a Roma, città che nei millenni ne ha viste di tutti i colori. Roma è popolata dalla gente più ironica, disincantata ma anche fregnona al mondo, e proprio per questo sarebbe stato facile farla “contenta e cojonata”, gestendo la vicenda DDR in modo più opportuno. Si è fatta invece una scelta disastrosa nei tempi e nei modi, come fu fatto con Francesco, per il quale – da una proprietà Americana, quindi teoricamente versata nello showbiz – personalmente mi aspettavo un ultimo anno di contratto alla Kobe Bryant: una serie di eventi – uno per ogni partita, maglie commemorative, sessioni “meet&greet” durante le quali omaggiare l’uomo e lo sportivo in tutta Europa, regalando ai tifosi di calcio ed ai bambini (non solo della Roma) momenti  memorabili.

Insomma mi aspettavo che Mr. Pallotta avesse la capacità di monetizzare l’evento. Invece niente, nemmeno questo in società sono riusciti a fare. Pietà di noi…

Sembra a tutti gli effetti che si stia perseguendo un processo di “de-romanistizzazione” ordito dal Velociraptor a stelle e strisce. Ma ora che il piano si va finalizzando, chi resterà in società che possa parlare di Roma? Bruno Conti? Messo in naftalina. Kawasaki Rocca? Mai preso in considerazione. Francesco? Fatto dirigente “obtorto collo”. Il CEO Fienga o forse l’Avvocato Baldissoni? Dove sono i Romanisti? Dove sta la nostra storia? Soprattutto dove sta la Roma? Hai voglia a fare milioni di follower nel mondo: la Roma è sempre stata questione de core e de panza, del viale percorso per entrare allo stadio, di panini dello zozzone, caffè borghetti e lanci di bibite del nocciolinaro. La si vuole trasformare in altro. Ok, resta la maglia, restano colori, ma manca chi li possa raccontare in modo credibile. Cosi non va, secondo me non va bene affatto, è come avere uno spartito di una bellissima canzone, ma nessuno che la sappia interpretare.

La Roma ha vinto poco nella sua quasi secolare storia, e nulla, nothing, rien, nichts, zero da quando la società è stata rilevata dalla proprietà Americana. Uno dei nostri pochi vanti è sempre stato quello di avere capitani di lungo e lunghissimo corso in cui identificarci: da Giacomino a Daniele, passando per Ago, Peppe e Francesco. “Figli di Roma, capitani e bandiere”, il nostro vanto è stato questo, e la curva Sud ce lo ha ricordato in una coreografia meravigliosa (si la Sud, quell’accolita di “fu***ng idiots”, tanto per citare un’altra nefandezza raptoriana).

La fascia non fa il Capitano, e nemmeno la faccia. La fascia non genera automaticamente il rispetto, la fascia non è un grado militare: il Capitano di una squadra di calcio non è un Generale cui obbedire in ragione delle stelle che porta sulla spallina. Il capitano deve guadagnarsi il rispetto sul campo, e nello spogliatoio, tra maglie sudate e profumo di olio canforato (che a Boston conoscono al massimo per sentito e che a Londra sarà certo considerate solo una roba puzzolente).

Si è capitani ogni giorno, in ogni momento. Forse è la credibilità, o forse la “vena” a fare il Capitano, e di certo Daniele è stato CAPITANO vero, e per questo non possiamo che ringraziarlo.

Ciao Daniele, ci vediamo sul lungomare (o nel derby… col River Plate…).

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